III millennio della Chiesa
IL CAMMINO INDICATO DAL MAGISTERO PER IL NUOVO MILLENNIO
"Fare della chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo... occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, i sacerdoti , i consacrati, gli operatori pastorali, le famiglie e le comunità."
Il tema di fondo di questo documento del magistero pontificio è la comunicazione del Vangelo in un mondo che cambia; dovremo pertanto approfondire il compito della trasmissione della fede. Si tratta di:-coglierne le originalità e le esigenze, in quanto comunicazione dell'evento del mistero cristiano /-sostare con grande senso di responsabilità sul capitolo della comunicazione della fede ai giovani /-riflettere sul valore della comunicazione sociale.../- approfondire alcuni sentieri particolarmente significativi della comunicazione (ad es. comunicazione e arte, nuove tecnologie...) Vediamone alcuni stralci fondamentali.
DALLA
LETTERA APOSTOLICA
NOVO MILLENNIO
INEUNTE
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
RIPARTIRE DA
CRISTO
29. « Ecco, io sono con voi tutti i
giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Questa certezza, carissimi
Fratelli e Sorelle, ha accompagnato la Chiesa per due millenni, ed è stata ora
ravvivata nei nostri cuori dalla celebrazione del Giubileo. Da essa dobbiamo
attingere un rinnovato slancio nella vita cristiana, facendone anzi la
forza ispiratrice del nostro cammino. È nella consapevolezza di questa presenza
tra noi del Risorto che ci poniamo oggi la domanda rivolta a Pietro a
Gerusalemme, subito dopo il suo discorso di Pentecoste: « Che cosa dobbiamo
fare? » (At 2,37).
Ci interroghiamo con fiducioso
ottimismo, pur senza sottovalutare i problemi. Non ci seduce certo la
prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa
esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la
certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!
Non si tratta, allora, di inventare
un « nuovo programma ». Il programma c'è già: è quello di sempre, raccolto dal
Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo
stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e
trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste.
È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se
del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione
efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio.
La santità
30. E in primo luogo non esito a
dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella
della santità. Non era forse questo il senso ultimo dell'indulgenza
giubilare, quale grazia speciale offerta da Cristo perché la vita di ciascun
battezzato potesse purificarsi e rinnovarsi profondamente?
Mi auguro che, tra coloro che hanno
partecipato al Giubileo, siano stati tanti a godere di tale grazia, con piena
coscienza del suo carattere esigente. Finito il Giubileo, ricomincia il cammino
ordinario, ma additare la santità resta più che mai un'urgenza della pastorale.
Occorre allora
riscoprire, in tutto il suo valore programmatico, il capitolo V della
Costituzione dogmatica sulla Chiesa
Lumen gentium,
dedicato alla « vocazione universale alla santità ». Se i Padri conciliari
diedero a questa tematica tanto risalto, non fu per conferire una sorta di tocco
spirituale all'ecclesiologia, ma piuttosto per farne emergere una dinamica
intrinseca e qualificante. La riscoperta della Chiesa come « mistero », ossia
come popolo « adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito », non
poteva non comportare anche la riscoperta della sua « santità », intesa nel
senso fondamentale dell'appartenenza a Colui che è per antonomasia il Santo, il
« tre volte Santo » (cfr Is 6,3). Professare la Chiesa come santa
significa additare il suo volto di Sposa di Cristo, per la quale egli si
è donato, proprio al fine di santificarla (cfr Ef 5,25-26). Questo dono
di santità, per così dire, oggettiva, è offerto a ciascun battezzato.
Ma il dono si traduce a sua volta in un compito, che deve governare l'intera esistenza cristiana: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3). È un impegno che non riguarda solo alcuni cristiani: «Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità».
31. Ricordare questa elementare
verità, ponendola a fondamento della programmazione pastorale che ci vede
impegnati all'inizio del nuovo millennio, potrebbe sembrare, di primo acchito,
qualcosa di scarsamente operativo. Si può forse « programmare » la santità? Che
cosa può significare questa parola, nella logica di un piano pastorale?
In realtà, porre la programmazione
pastorale nel segno della santità è una scelta gravida di conseguenze. Significa
esprimere la convinzione che, se il Battesimo è un vero ingresso nella santità
di Dio attraverso l'inserimento in Cristo e l'inabitazione del suo Spirito,
sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all'insegna
di un'etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Chiedere a un
catecumeno: « Vuoi ricevere il Battesimo? » significa al tempo stesso
chiedergli: « Vuoi diventare santo? ». Significa porre sulla sua strada il
radicalismo del discorso della Montagna: « Siate perfetti come è perfetto il
Padre vostro celeste » (Mt 5,48).
Le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno. È ora di riproporre a tutti con convinzione questa « misura alta » della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione. È però anche evidente che i percorsi della santità sono personali, ed esigono una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone. Essa dovrà integrare le ricchezze della proposta rivolta a tutti con le forme tradizionali di aiuto personale e di gruppo e con forme più recenti offerte nelle associazioni e nei movimenti riconosciuti dalla Chiesa.
La preghiera
32. Per questa pedagogia della
santità c'è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell'arte
della preghiera. L'Anno giubilare è stato un anno di più intensa preghiera,
personale e comunitaria. Ma sappiamo bene che anche la preghiera non va data per
scontata. È necessario imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente
quest'arte dalle labbra stesse del Maestro divino, come i primi discepoli: «
Signore, insegnaci a pregare! » (Lc 11,1). Nella preghiera si sviluppa
quel dialogo con Cristo che ci rende suoi intimi: « Rimanete in me e io in voi »
(Gv 15,4). Questa reciprocità è la sostanza stessa, l'anima della vita
cristiana ed è condizione di ogni autentica vita pastorale. Realizzata in noi
dallo Spirito Santo, essa ci apre, attraverso Cristo ed in Cristo, alla
contemplazione del volto del Padre. Imparare questa logica trinitaria della
preghiera cristiana, vivendola pienamente innanzitutto nella liturgia, culmine e
fonte della vita ecclesiale, ma anche nell'esperienza personale, è il segreto di
un cristianesimo veramente vitale, che non ha motivo di temere il futuro, perché
continuamente torna alle sorgenti e in esse si rigenera.
L'Eucaristia domenicale
35. Il massimo
impegno va posto dunque nella liturgia, « il culmine verso cui tende l'azione
della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù ». Nel
secolo XX, specie dal Concilio in poi, molto è cresciuta la comunità cristiana
nel modo di celebrare i Sacramenti e soprattutto l'Eucaristia. Occorre insistere
in questa direzione, dando particolare rilievo all'Eucaristia domenicale
e alla stessa domenica, sentita come giorno speciale della fede, giorno
del Signore risorto e del dono dello Spirito, vera Pasqua della settimana. Da
duemila anni, il tempo cristiano è scandito dalla memoria di quel « primo giorno
dopo il sabato » (Mc 16,2.9; Lc 24,1; Gv 20,1), in cui
Cristo risorto portò agli Apostoli il dono della pace e dello Spirito (cfr Gv
20,19-23). La verità della risurrezione di Cristo è il dato originario su
cui poggia la fede cristiana (cfr 1 Cor 15,14), evento che si colloca
al centro del mistero del tempo, e prefigura l'ultimo giorno, quando Cristo
ritornerà glorioso. Vorrei pertanto insistere, nel solco della
Dies Domini, perché
la partecipazione all'Eucaristia sia veramente, per ogni battezzato, il
cuore della domenica: un impegno irrinunciabile, da vivere non solo per
assolvere a un precetto, ma come bisogno di una vita cristiana veramente
consapevole e coerente.
Il primato della grazia
38. Impegnarci con maggior fiducia,
nella programmazione che ci attende, ad una pastorale che dia tutto il suo
spazio alla preghiera, personale e comunitaria, significa rispettare un
principio essenziale della visione cristiana della vita: il primato della
grazia. C'è una tentazione che da sempre insidia ogni cammino spirituale e
la stessa azione pastorale: quella di pensare che i risultati dipendano dalla
nostra capacità di fare e di programmare. Certo, Iddio ci chiede una reale
collaborazione alla sua grazia, e dunque ci invita ad investire, nel nostro
servizio alla causa del Regno, tutte le nostre risorse di intelligenza e di
operatività. Ma guai a dimenticare che « senza Cristo non possiamo far nulla » (cfr
Gv 15,5).
IV
TESTIMONI DELL'AMORE
42. « Da questo tutti sapranno che
siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri » (Gv 13,35).
Se abbiamo veramente contemplato il volto di Cristo, carissimi Fratelli e
Sorelle, la nostra programmazione pastorale non potrà non ispirarsi al «
comandamento nuovo » che egli ci ha dato: «Come io vi ho amato, così amatevi
anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
È l'altro grande ambito in cui occorrerà esprimere un deciso impegno programmatico, a livello di Chiesa universale e di Chiese particolari: quello della comunione (koinonìa) che incarna e manifesta l'essenza stessa del mistero della Chiesa. La comunione è il frutto e la manifestazione di quell'amore che, sgorgando dal cuore dell'eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona (cfr Rm 5,5), per fare di tutti noi « un cuore solo e un'anima sola » (At 4,32). È realizzando questa comunione di amore che la Chiesa si manifesta come « sacramento », ossia «segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano».
Una spiritualità di comunione
43. Fare della Chiesa la casa e
la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel
millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere
anche alle attese profonde del mondo.
Che cosa significa questo in
concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma
sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative
concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola
emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il
cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori
pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della
comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della
Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli
che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità
di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque,
come « uno che mi appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue
sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per
offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure
capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c'è nell'altro, per
accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un « dono per me », oltre che per
il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è
infine saper « fare spazio » al fratello, portando « i pesi gli uni degli altri
» (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci
insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci
facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli
strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima,
maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita.
CONCLUSIONE
DUC IN ALTUM!
Andiamo avanti con speranza! Un
nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui
avventurarsi, contando sull'aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è
incarnato duemila anni or sono per amore dell'uomo, compie anche oggi la sua
opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore
grande per diventarne noi stessi strumenti. Non è stato forse per riprendere
contatto con questa fonte viva della nostra speranza, che abbiamo celebrato
l'Anno giubilare? Ora il Cristo contemplato e amato ci invita ancora una volta a
metterci in cammino: « Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni,
battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt
28,19). Il mandato missionario ci introduce nel terzo millennio invitandoci allo
stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora: possiamo contare
sulla forza dello stesso Spirito, che fu effuso a Pentecoste e ci spinge oggi a
ripartire sorretti dalla speranza « che non delude » (Rm 5,5).
Il nostro passo, all'inizio di
questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere le strade del
mondo. Le vie sulle quali ciascuno di noi, e ciascuna delle nostre Chiese,
cammina, sono tante, ma non v'è distanza tra coloro che sono stretti insieme
dall'unica comunione, la comunione che ogni giorno si alimenta alla mensa del
Pane eucaristico e della Parola di vita. Ogni domenica il Cristo risorto ci ridà
come un appuntamento nel Cenacolo, dove la sera del «primo giorno dopo il
sabato» (Gv 20,19) si presentò ai suoi per « alitare » su di loro il dono
vivificante dello Spirito e iniziarli alla grande avventura
dell'evangelizzazione.
Ci accompagna in questo cammino la
Vergine Santissima, alla quale, qualche mese fa, insieme con tanti Vescovi
convenuti a Roma da tutte le parti del mondo, ho affidato il terzo millennio.
Tante volte in questi anni l'ho presentata e invocata come « Stella della nuova
evangelizzazione ». La addito ancora, come aurora luminosa e guida sicura del
nostro cammino. «Donna, ecco i tuoi figli», le ripeto, riecheggiando la voce
stessa di Gesù (cfr Gv 19,26), e facendomi voce, presso di lei,
dell'affetto filiale di tutta la Chiesa.
Gesù risorto, che si accompagna a
noi sulle nostre strade, lasciandosi riconoscere, come dai discepoli di Emmaus «
nello spezzare il pane » (Lc 24,35), ci trovi vigili e pronti per
riconoscere il suo volto e correre dai nostri fratelli a portare il grande
annuncio: « Abbiamo visto il Signore! » (Gv 20,25).
Dal Vaticano, il 6 gennaio, Solennità dell'Epifania del Signore,
dell'anno 2001, ventitreesimo di Pontificato.